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Tunisia, il deserto che vive

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Oasi e deserto, palmeti e cammelli ...
Alcuni cammelli con i loro cavalieri berberi avanzano fra la sabbia sconvolta dal vento. È un immagine che pare quasi irreale ma è, probabilmente, quella che possiamo ammirare nel deserto della Tunisia. Un paese con circa 45 mila chilometri quadrati di sabbia.
La popolazione che occupa questa parte del territorio è molto particolare perché da sempre abituata a convivere con il sole ardente, la mancanza d’acqua ed il vento che soffia costante: sono i Berberi
Il vero protagonista di questa
terra è il vento che nel giro di pochi istanti può trasformarla in un territorio completamente nuovo per le sue forme. Per vivere e conoscere questi luoghi così diversi da quelli cui siamo abituati, in Tunisia sono sorte alcune località turistiche proprio ai margini del Sahara.

È l’immagine nuova di un deserto vivo, quella che ci porta tra le dune non con i leggendari dromedari ma tramite le più moderne e comode jeep.
Uno dei luoghi di partenza per la conquista o la scoperta di questo mondo di sabbia è Douz, chiamata “porta del deserto”
È una città viva, piena di colore che ruota attorno al suo mercato. Qui si produce di tutto: ovunque sono esposte merci che mostrano le attività locali. Alcuni costruiscono scarpe in feltro e lana. Altri espongono variopinti tappeti fuori dalle botteghe. Quello che colpisce è la fervente attività ed è facilmente comprensibile perché il commercio è una delle maggiori fonti di reddito per le famiglie. Gli artigiani sono un po’ tutti artisti. C’è chi lavora la terracotta con le tecniche di un tempo. Chi, invece, intreccia i fili multicolori dei tappeti.

Poco lontano da Douz si cela un’altra meraviglia della natura: il lago salato di Chott El Djerid. Fino a qualche anno fa, la traversata del lago salato costituiva una grande avventura. Oggi, invece, vi è un argine asfaltato di 50 chilometri che permette di attraversarlo agevolmente. La sua superficie, in un’area di 250 chilometri di lunghezza per 20 di larghezza minima è ricoperta da una straordinaria sequenza di cristalli di sale.

Questa suggestiva depressione, denominata chott in francese e sebka in arabo, si è formata un milione e mezzo di anni fa in seguito agli spostamenti tettonici del terziario e si trova in parte sotto il livello del mare. Ampie parti degli “chotts” sono ricoperte da una crosta lucente bianco-azurrognola che talvolta cristallizza originando forme bizzarre. Attraversare il lago salato è certamente un’esperienza affascinante ma, per non renderla disastrosa, è fondamentale non abbandonare mai la strada asfaltata poiché la crosta salina ai lati della carreggiata potrebbe rompersi con conseguenze irreparabili. Non bisogna neanche fidarsi delle apparenze.

Nel deserto, infatti, non tutto quello che vedono i nostri occhi è reale. Proprio i sedimenti di cristalli di sale di questo lago producono il famoso effetto “fatamorgana”, un’illusione ottica dovuta all’anomala rifrazione della luce in particolari condizioni termiche dell’aria. Questo fenomeno è meglio conosciuto col nome di miraggio. Un altro fenomeno suggestivo è quello delle tempeste di sabbia. Da questa atmosfera surreale emergono i venditori delle famose rose del deserto, un insieme di cristalli piatti di sabbia dal colore rossastro ed a forma di petalo..

Percorrendo la strada verso ovest, il paesaggio pian piano cambia e il deserto salato lascia il posto ad una steppa pianeggiante dove vivono i dromedari. Sono tranquilli perché questa è la loro terra e si comportano come i cavalli al pascolo. La loro vita trascorre con un ritmo sonnolento. Poco lontano veglia su di loro il padrone nella sua tenda. A far da contorno alla steppa, con i suoi dromedari, ci sono le montagne che si stagliano sullo sfondo.

Tra queste rocce, le palme crescono tenacemente ed hanno formato delle oasi di montagna. Da sempre, ai loro margini sono sorti dei paesi. Chèbica è uno di questi. In passato era un antico posto di guardia romano denominato Ad Speculum. Alla fine degli anni Settanta il vecchio villaggio è stato abbandonato dai suoi 500 abitanti a seguito di un’inondazione. Ricostruito più a valle, oggi accoglie poche famiglie che sopravvivono grazie al turismo, alla pastorizia ed al raccolto dei datteri delle palme. Queste crescono rigogliose e sono irrigate dalle acque della sorgente che sgorga dal fondo di una gola incassata fra le rocce. L’acqua è un bene prezioso, più che mai a queste latitudini, per questo viene sapientemente incanalata in modo che non se ne perda neanche una goccia.



Basta poco per passare dalle atmosfere spaziali e futuristiche agli accampamenti dei berberi, questo popolo di “uomini liberi” che vive da sempre in una terra difficile e inospitale quale il deserto. La denominazione di berberi proviene da “barbari” ed è stata data loro dagli invasori che nei secoli hanno scorrazzato in queste zone. Ma il nome più fantastico e allo stesso tempo reale è “Imazighen” che vuol dire “uomini liberi”. Ed è così che amano vivere ancora oggi, avanti e indietro a dorso dei dromedari e in piena libertà tra le dune del deserto.

A Metlaoui il paesaggio cambia totalmente e gli spazi sconfinati del deserto lasciano posto ad un paesaggio straordinariamente diverso. Dalla piccola cittadina a nord di Tozeur, infatti, parte un treno d’altri tempi che percorre il canyon del Seldja. Il suo nome è “lezard rouge”, lucertola rossa. Proprio come il piccolo rettile, le rotaie sembrano sfiorare la rocce, i suoi vagoni serpeggiano pigramente nella catena di montagne penetrando nel granito attraverso i tunnel scavati nella roccia. In questo ambiente è stata girata la scena dello spettacolare inseguimento delle navicelle spaziali nell’episodio II di guerre stellari. Il panorama al quale assistiamo è mozzafiato. Le gole si succedono a ritmo incalzante. Il treno fu regalato nel 1910 dallo stato francese al tunisino Al Bey. Egli e i suoi successori lo usarono fino al 1945 per il trasporto dei fosfati di cui la zona è ricca, poi fu dismesso. In questa parte della Tunisia i paesaggi variano come se stessimo sfogliando delle pagine. Poco lontano da qui si trova la zona El Jerid, chiamata anche la “terra delle palme”.

Il silenzio, la durezza e la solitudine del deserto lasciano spazio ora alla gioia dei bambini che giocano su un campetto di sabbia. In quest’area la coltivazione dei datteri ha assunto un’importanza interregionale e rappresenta la fonte primaria del commercio locale. Da qui, infatti, viene esportata in tutto il mondo la varietà più famosa di questi frutti zuccherati, denominata “Deglat en Nour”: dita della luce. Sono i giovani che raccolgono questi frutti: a piedi nudi, si arrampicano sulle palme come scoiattoli.Una volta a terra, i datteri vengono staccati e messi in cassette di plastica.

Le palme da dattero producono ogni anno tra le 25mila e le 30mila tonnellate della migliore qualità di questo frutto particolarmente aromatico, semidolce e non troppo molle. Le palme vengono impollinate manualmente in primavera. Grazie a questo sistema una sola pianta maschile può fecondare 200 palme femminili. A seconda del tipo, una palma produce dai 30 ai 100 kg di datteri all’anno. Questi frutti prosperano soltanto sulle cime di quelle piante che godono del terreno migliore e di una buona irrigazione. I palmeti, comunque, non sono visti soltanto come luoghi di lavoro. Da alcuni anni queste oasi sono state inserite nell’elenco delle escursioni per i turisti che vengono a visitare il centro della Tunisia.

Il palmeto di Tozeur è una di queste. I turisti possono visitarla a bordo di un calesse trainato da mansueti cavalli o a dorso di cammello e asino. L’oasi ha una superficie di circa mille ettari ed è stata concepita come un territorio-giardino nel quale sono coltivate oltre 400mila palme da dattero ma anche alberi da frutta e piante di banani. Siamo solamente a poche centinaia di metri dal centro della città. A soli 58 chilometri dal confine algerino.

Qui i ritmi scorrono senz’altro più veloci, gli abitanti però riescono sempre a trovare qualche minuto per sorseggiare un tè caldo alla menta molto zuccherato. Sedersi sotto i portici a scambiare quattro chiacchiere, fumare una classica sigaretta con gli amici o aspirare tabacco dal più tradizionale narghilè, rientra senza dubbio tra i passatempi preferiti di queste popolazioni.
Sulla vita quotidiana svetta il minareto della grande moschea dove i fedeli pregano cinque volte al giorno. Non lontano dalla vita spirituale ecco il grande mercato coperto, qui fin dai tempi del dominio francese.

Girando tra i banchi si può comprare di tutto, in particolar modo quelle spezie che arricchiscono la cucina tunisina e che sono alla base del cous cous, il piatto più conosciuto di questa terra. Anche qui, come negli altri paesi, nei negozi fa bella mostra di sé l’artigianato locale. A stupirci è ora l’architettura delle case che i mattoni di argilla impreziosiscono come se fossero antichi merletti. Questo è il caso della medina dove intere facciate vengono formate sfalsando tra loro i tipici mattoni color ocra e le fanno somigliare ai modelli dei tappeti berberi.

All’interno della medina, un dipanarsi di vicoli stretti ed intricati ci conduce alle molteplici botteghe artigianali. È bello perdersi tra queste stradine perché ad ogni angolo, in ogni casa, c’è una nuova immagine da scoprire. In alcuni tratti i vicoli si trasformano in tunnel: la loro ombra ci dà sollievo dal sole ed il loro incrociarsi ci fa sentire quasi in un labirinto. Oggi la medina non è più la città vecchia, è stata completamente rimodernata ed è uno dei fiori all’occhiello della cittadina.

A Tozeur, vecchio e nuovo si confondono proprio perché i mattoni di argilla sono stati utilizzati anche per costruire la parte nuova, quella degli alberghi. In alcuni periodi dell’anno i popoli del deserto portano i loro costumi e le loro usanze tra queste vie con festeggiamenti che durano giorni. Le strade si animano con sfilate in cui tutte le tribù danzano insieme alle proprie donne dalle vesti variopinte, e festeggiano con i cavalli, i dromedari e i loro costumi multicolori al suono dei loro strumenti musicali. L’atmosfera diviene unica, in questi momenti il popolo del deserto mostra il meglio di sé, delle sue tradizioni e della sua storia tramandata, da secoli e secoli, di padre in figlio.
Andando alla ricerca sempre di nuove sensazioni e di nuove immagini, un altro luogo che ci può offrire queste emozioni è senz’altro Dar El Cherait.

Qui si può tranquillamente riposare nei parchi a tema oppure visitare il museo delle arti e delle tradizioni. In questo museo, come in quasi tutti quelli europei, ci sono le ricostruzioni della vita di tutti i giorni delle famiglie ricche e di quelle povere. Ma a stupirci è il viaggio indietro nel tempo che ognuno può rivivere nel parco a tema storico. Qui si ripercorrono i tremila anni di storia della Tunisia. I momenti più salienti sono quelli che ci fanno passare dalla preistoria, attraverso i dinosauri, fino alla lotta dei romani ed alle gesta di Annibale. Prima di arrivare ai giorni nostri ci soffermiamo a guardare i Ksar, i castelli dei trogloditi scavati nella roccia. Da questa ricostruzione storica alla realtà odierna il passo è breve.

I ksar, infatti, esistono ancora oggi e li possiamo visitare tra le montagne o nelle pianure tunisine. In passato queste costruzioni a forma quadrilatera servivano da rifugio, in tempo di guerra. E come granai, luoghi di scambio e di festeggiamento in tempo di pace. Questi villaggi, costituiti da alveoli sovrapposti denominati Ghorfa, sono oggi un’altra delle molteplici scoperte che è possibile fare nel deserto che vive.
Ultima modifica Lunedì 27 Agosto 2007 18:39 Valutazione: 6
Località: Tunisia, Saidane
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